"Non pensavo che fosse così difficile". Che cosa? Fare il presidente degli Stati Uniti. Parola di Donald Trump. E il Washington Post, caustico, sottolinea che ora è in sintonia con la maggioranza degli americani.
domenica 30 aprile 2017
sabato 29 aprile 2017
venerdì 28 aprile 2017
Vooolare... su!
Alitalia si avvia al suo mesto destino, ben sospinta da una politica che fino a ieri l'ha spolpata e ora non vede l'ora di liberarsene. Ma nel mondo del trasporto aereo c'è anche chi va bene e addirittura si preoccupa di alzare lo stipendio
giovedì 27 aprile 2017
France 2017, allarme Macron
Uomo politico di lungo corso Hollande ha avvertito il leader di En Marche!: "Attento non hai ancora vinto" ha detto qualche giorno fa al suo giovane possibile successore. Non ha tutti i torti visti i precedenti di Trump e di Brexit, anche se in questo caso sarebbe ancora più clamorosa la svolta. Una rivoluzione, ma si sa in Francia sono abituati.
Vooolare... giù!
Piaccia o no la situazione è quella descritta qui da Oscar Giannino tre mesi fa e qui oggi.
Ma la sostanza è che Alitalia è una compagnia ex statale che ha conservato la più retriva anima statale italiana, quel mix d'inefficienza, interessi personali e politici, incapacità di management e condizionamenti, talvolta in molti casi ben oltre il codice penale, che ha sempre affossato le iniziative guidate dal "pubblico" compromettendo la dignità e la fiducia in quest'ultimo a differenza di quanto accade in altri paesi, Francia in primis.
Oggi l'ala liberista e affaristica del governo Gentiloni attacca la scelta dei lavoratori. Ma sono veramente questi i soli colpevoli o non si tratta purtroppo delle ultime vittime - dopo i passeggeri e soprattutto i contribuenti italiani - la cui colpa principale è di aver creduto in piani che di industriale avevano ben poco e di essersi cullati nell'illusione che un pacchetto cospicuo di benefici e privilegi durasse per sempre.
Così sembra che la voglia di abbandonare la compagnia al suo destino faccia premio su tutto. L'importante è privatizzare dopo anni in cui si sono pubblicizzate perdite astronomiche, sprechi continui e competenze improbabili. Si scarica sui cittadini l'onere di abbandonare Alitalia - il ministro Calenda sembra essere sbarcato nell'America reaganiana dove qualsiasi entità publica o semipubblica che abbia un rosso dev'essere chiusa, ma dimentica che i primi a chiudere i battenti dovrebbero essere proprio loro, i ministri di un'Italia con quei conti che si ritrova! - perché non è tollerabile che perda, come nel 2016, 600 milioni all'anno.
Dal 2009 Alitalia ha collezionato soltanto bilanci negativi: in particolare il gruppo ha perso 327 milioni nel 2009, 168 milioni nel 2010, 69 milioni nel 2011, 280 milioni nel 2012, 568 milioni nel 2013, 580 milioni nel 2014, 199 milioni nel 2015. Le peridte per il 2016 secondo alcune stime si attestano a 600-650 milioni (solo Unicredit è esposta per 500 milioni). Mediobanca ha stimato in 7,4 miliardi l' onere per le casse pubbliche dal 2007 alla metà del 2014.In questa ricerca dove Alitalia perde e spende di più degli altri
Ma chi ha guidato Alitalia fino ad oggi, perché lo Stato ha sempre rifinanziato anche di fronte a non piani industriali, ha avvallato i cambi di manager, ha esaltato il costoso - sempre per lo Stato - soccorso dei capitani coraggiosi e poi l'arrivo degli arabi di Etihad?
Perché la politica privatizzatrice e consegnata al mito inutile e affossato del "tutto va bene se ci affidiamo agli imprenditori" non ci ha messo il naso prima, quando aveva le azioni e ha detto di no all'alleanza-fusione con Klm prima e Air France poi? Silenzio.
Intanto anche il nuovo piano, quello bocciato, non era molto diverso dai precedenti: 2 mld di ricapitalizzazione, taglio dei salari dell'8 per cento, un costo del lavoro giù del 30 per cento sul montante dei risparmi 2019, l'altro 60 e poco più dal altri risparmi nella gestione, 1600 lavoratori in meno da accompagnare con gli ammortizzatori . Su questo punto però bisogna chiarire un particolare: gli ammortizzatori Alitalia godono dell'esistenza di un fondo trasporto aereo che garantisce l'80 per cento dello stipendio ma che è alimentato per il 96 per cento da una sovrattassa che è ora di 6,50 euro sul biglietto,quindi pagata dai viaggiatori.
Il vero nodo, e qui entra a pieno titolo la responsabilità del management, è quello dell'offerta con cui Alitalia non è mai stata in grado di fare concorrenza, anzi ha sempre perso quote di mercato: non è mai riuscita a imporsi sul segmento business in quanto a rotte intercontinentali profittevoli, flessibilità dell'offerta e prezzi, ma anche sul low cost non ha mai costituito una minaccia per Ryanair. Anzi è rimasta nel medio è breve raggio dove appunto non è concorrenziale. Per ragioni politiche, succube di interessi localistici ha avuto a che fare con una rete di aeroporti locali inutili e costosi, è rimasta legata al semiflop di Malpensa e non ha mai potuto godere dei servizi infrastrutturali e di collegamento che uno Stato efficiente deve garantire ai suoi scali. E last but no least, negli anni, sempre per ragioni di sudditanza politica, non ha stretto quelle alleanze (KLM e AirFrance) che, magari anche in posizione minoritaria, le avrebbero consentito di essere nel giro e nella rete delle maggiori compagnie al mondo. E magari anche di sopravvivere senza consegnarsi ora a chi se la porterà via pezzo a pezzo e per poco.
mercoledì 26 aprile 2017
Quando i ricchi ridono
Ha bisogno urgente di risultati. Veri o sulla carta purché si possano definire risultati o promesse mantenute. Messi da parte a causa dei pasticci i vari Muslims Ban, la riforma dell'Obamacare (che seppure in modo controverso e accidentato oltre che costoso ha esteso una certa copertura sanitaria a 14 milioni di americani che sono sempre un possibile bacino di voti locali per i vari candidati repubblicani), il Muro
Tum Post Global News 26 aprile 2017
The Umberto Montin ®Post
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin Post
martedì 25 aprile 2017
Day's Hot Case: France and Trump
Fari concentrati sulla Francia e sulla svolta, vera o presunta che sia. Vediamo cosa ne pensa il Washington Post che constata come il vantaggio di Macron faccia ben sperare i candidati e quanti temevano che il tramonto dell'Europa fosse dietro l'angolo.
Tum Post Global News 25 aprile 2017
The Umberto Montin ®Post
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin Post
lunedì 24 aprile 2017
France 2017, tutti gli illusi del presidente
Tutti macroniani in Italia, adesso. Con l'ex premier che si sente il padre putativo del neoliberalismo sociale, tardo esempio di laburismo blairiano, sbandierando a dopo propaganda interna dati elettorali vecchi di due anni e ormai consegnati all'alba dei sogni.
France 2017, il vecchio più vecchio
Ragionamenti a urne appena chiuse e a spoglio in corso. Emmanuel Macron con una freddezza che supera la glacialità parla già da presidente, Marine le Pen nell'ansia di pescare voti al di là del suo elettorato si appella al paese, a chi è stufo, a chi vuole cambiare comunque e lo dice con passione e consumata oratoria.
Tum Post Global News 24 aprile 2017
The Umberto Montin ®Post
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Del Grande, libertà nonostante Ankara e Roma
Il ministro degli Esteri Alfano ha annunciato che il giornalista Michele Del Grande è libero e sarà presto in Italia.
domenica 23 aprile 2017
France 2017, dai sondaggi ai voti veri
AGGIORNAMENTO alle 22: Le proiezioni collocano Macron al 23,7%, la Le Pen al 21,9, Fillon al 19,7, Melenchon al 19,2 e Hamon al 6,2. Il voto reale però dà in testa la leader dell'estrema destra al 25,6 contro il 21,6 di Macron: qui siamo oltre l'80% dei comuni scrutinati, ma siamo molto indietro sul numero degli elettori in quanto sono arrivati i voti della provincia mentre mancano quelli delle grandi città, Parigi soprattutto, che sono più lontane dalla Le Pen.
sabato 22 aprile 2017
Francia 2017: sarà una rossa primavera?
Dimenticare il terrore: impossibile in Francia in questo momento con Marine le Pen e Francois Fillon all'assalto cercando di strumentalizzare l'assassinio del poliziotto di giovedì sera e di capitalizzare la paura dei francesi per gli attacchi del radicalismo islamico di questi ultimi due anni. Tuttavia come spiega Bernard Guetta su La Stampa questo attentato non dovrebbe cambiare l'atteggiamento, tantomeno quello elettorale, dei francesi.
I sondaggi recenti segnano qualche ritocco all'alto per la destra, ma gli altri non demordono.
Ecco qui le ultime rilevazioni
Ma quello che risalta di più nei sondaggi, con tutta la delicatezza con cui vanno presi in questi anni di elettorato disperato e arrabbiato (vedasi Stati Uniti) è che la nuova sinistra di Jean-Luc Melenchon non perde terreno, anzi forse ne guadagna ancora rispetto alle stupidaggini della Le Pen che invoca la chiusura delle frontiere quando i terroristi sono francesi in tutto e per tutto o al massimo qualche complice arriva dal Belgio (filo spinato e muri anche con Bruxelles?).
Del resto quello del terrorismo e della paura è un terreno ideale per la destra che non sa proporre alternative realistiche e soprattutto veramente praticabili anche contro la deriva ultraliberale e "austera" di questi anni con la regia fallimentare di Germania e Fmi da cui sono usciti milioni di disoccupati, impoverimento delle classi popolari e medie, giovani costretti a elemosinare lavori precari e sottopagati, con una deriva di diritti e cancellazione degli stessi che riporta agli anni Cinquanta e ancora più indietro.
E se Emmanuel Macron dà il segnale di voler continuare su questa strada, con qualche iniezione di bromuro sociale e senza preoccuparsi di riprendere la strada dell'eguaglianza e della redistribuzione, nessuno se la sente di escludere la sorpresa Melenchon. La riprova arriva dai mercati di questi giorni giorni e da qualche osservatore più acuto secondo il quale potrebbe proprio essere l'ex senatore socialista a trovarsi nella condizione di dover sfidare il riflusso nero lepenista. Una sfida che potrebbe portare il vento di una nuova sinistra spirare con forza non solo sulla Francia ma su tutta l'Europa.
Leggere qui le diverse opzioni
La partita in gioco
Il sabato del villaggio (globale) - 22 aprile 2017
Leggere per capire un po' meglio il villaggio del mondo e quello vicino a noi. Questa settimana largo alla Francia e al suo voto fondamentale per l'Europa, per l'Italia e anche per buona parte del mondo occidentale. Poi ragionamenti sul 25 aprile, sulla tendenza dei giovani ad abbandonare le città per le campagne e, non potevano mancare, le novità su Trump e le sue politiche. E un poi di sogni dalla California e... dalla Summer of Love!
venerdì 21 aprile 2017
A Parigi si vota anche con il kalashnikov
Il voto francese si macchia di sangue. Del sangue di un poliziotto mentre altri due sono in gravi condizioni.
Tutto si è compiuto attorno alle 20,53 di giovedì 20 aprile: un uomo arriva in auto - forse con un complice - sui Champs Elysees all'altezza della brasserie Fouquet's e davanti ai magazzini Marks&Spencer e spara con un kalashnikov contro un furgone pieno di poliziotti: tre cadono, gli altri reagiscono e colpiscono a morte l'uomo.
La zona è sigillata in mezzo al panico delle persone che escono dai locali pubblici: centinaia di poliziotti, gendarmi e i dei corpi speciali Raid piombano nel quartiere più famosa della capitale francese. Chiuse le stazioni della metropolitana della zona.
L'uomo sarebbe stato identificato e si tratterebbe di un elemento conosciuto in quanto vicino all'islam radicale. La sua abitazione nell'est della capitale, nel dipartimento della Seine-et-Marne, è stata sottoposta a perquisizione e si cerca un altro uomo che potrebbe essere un complice, giunto in treno dal Belgio.
Ore 23,40. L'Isis ha rivendicato l'attentato, mentre a Parigi non si esclude che con l'attentatore rimasto ucciso vi fosse un complice che adesso potrebbe essere in fuga
ORE 23.51. Fillon e Marine Le Pen hanno sospeso la campagna elettorale annullando gli appuntamenti di domani. Probabilmente lo faranno anche gli altri candidati.
Ore 23,53. La polizia di fatta sta svuotando gli Champs Elysees, migliaia di persone evacuate dai locali.
Ore 0,04. Anche una passante ferita nell'attentato agli Champs Elysees. Sembra che si tratti di una turista, non sarebbe grave.
Ore 0,13. Gli inquirenti della sezione antiterrorismo della Brigade Criminelle mettono in relazione l'attentato con l'operazione che ha portato nei giorni scorsi a due arresti a Marsiglia.
Ore 0,35. Diverse perquisizioni sarebbero in corso nella banlieue a est della capitale, dove sembra abitasse l'attentatore - la sua identità non è stata confermata - , ma sarebbero molte altre le abitazioni e relativi abitanti sottoposti a controlli everifiche
I precedenti
L'attacco al Bataclan
Nizza
A pochi giorni dal voto
Parigi val bene un'alleanza (mancata)
AGGIORNAMENTO: Giovedì sera, alle 20,53, un attentatore islamico ha sparato con un kalashnikov nella zona degli Champs Elysees contro una pattuglia di polizia: un agente morto, due gravi, assalitore ucciso
Chi vincerà in Francia. La partita è aperta e per nulla facile da decifrare. Anche i sondaggi, in tempi in cui queste ricerche di mercato e i metodi usati seppur raffinati e affinati dopo il disastro del voto Usa, non aiutano. Perché? La risposta è semplice, l'alto numero degli indecisi e di quanti proclamano la loro intenzione di astenersi mentre potrebbero cambiare idea all'ultimo momento.
Sul voto tra l'altro, potrebbe avere un'influenza importante anche l'attentato delle ultime ore e secondo quasi tutti gli analisti, a beneficiarne potrebbe essere Marine Le Pen e la sua piattaforma di "legge e ordine" soprattutto verso l'Islam e i migranti.
Leggere anche qui
Per ora si profila ancora il duello fra Macron e la Le Pen, con Fillon e Melenchon quasi appaiati (o il candidato della destra gollista e repubblicana di un punto avanti) e il socialista Hamon attorno a un tristissimo e disastroso 8%.
Ecco i sondaggi di due fra i principali istituti editi da Reuters Graphic
Eppure questi de The Telegraph
Quadro estremamente complesso, anche se in campo progressista, viene da fare una considerazione: se la sinistra reale, di classe, autenticamente socialista, ambientalista e popolare si fosse presentata in un'unione tanto auspicata quanto disattesa - le proposte socialiste avrebbero potuto trovare un punto d'incontro con quelle più internazionaliste e euro-critiche di Melenchon -, ebbene questa alleanza ora sarebbe sicura di andare al ballottaggio e probabilmente al primo posto magari per battersi con la linea liberal-sociale e finanziaria di Macron. Con in più due effetti per nulla trascurabili: l'onda nera e populista sarebbe stata arginata subito e rigettata nel fondo della reazione bieca e delle paure razziste e la possibilità - grazie a programmi anti austerità, euro-riformatori, progressisti e ancorati non ai poteri forti di industrie e banche, bensì al popolo degli impoveriti, dei disoccupati, degli emarginati, dei giovani, dei pensionati, delle donne e dei ceti più vessati dalla crisi e dall'attacco al lavoro, - di poter magari alla fine prevalere.
Invece rischia di andare in un altro modo: il grande capitale finanziario, le centrali del potere militar-industriale probabilmente arriveranno prime con Macron e la reazione fascista si piazzerà seconda: ma poi al ballottaggio come andrà? Il grande popolo impaurito, ricattato ancora nel suo diritto di voto dopo essere stato vessato sul lavoro e sull'esistenza quotidiana, chi si troverà a dover votare sapendo che qualunque dei due prevarrà, il suo futuro sarà ancora più scuro di quello odierno. E questo anche per il resto d'Europa.
Il risultato positivo sarà comunque la presenza ( o il ritorno) sulla scena francese di una grande opposizione sociale e di base, costruita dal basso, nei paesi, nelle città, nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, fra i giovani, le donne, i disoccupati. Quella nata dalla semina di Nuit debout alla fine del marzo 2016, il movimento nato contro la Loi Travail, il Jobs Act del governo socialista.
Ma, detto che sui sondaggi non si può fare gran conto, potrebbe anche finire in un altro modo. Vediamo un po' d'ipotesi sul ballottaggio
Tum Post Global News 21 aprile 2017
The Umberto Montin ®Post
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin Post
giovedì 20 aprile 2017
Sultanocratura e il caso Del Grande
#iostocongabriele
Basterebbe una domanda semplice semplice: in quale democrazia, occidentale o no, un giornalista di un altro Paese è arrestato il 10 aprile in una zona vicina al confine con la Siria, tenuto in isolamento fino al 18 quando gli è concessa una telefonata a casa, sul suo capo pendono accuse misteriose e indistinte e il suo governo ci mette una settimana abbondante prima di pretendere con forza e pubblicamente la sua liberazione o almeno in trasferimento nella nazionale natale?
La risposta è anche questa semplice semplice: in nessuna democrazia anche perché se così fosse non la si potrebbe definire tale. E non solo perché ci si dovrebbe porre qualche interrogativo sulla capacità di governo e sul grado di democrazia stesso della nazione dell'arrestato.
Così fra domande e risposte si riassume la vicenda di Gabriele Del Grande, il giornalista e documentarista italiano che dal 10 aprile è nelle celle della Turchia che si è appena affidata in pieno alla sultanocratura (mix di sultanato-democrazia-dittatura) di Recep Tayyp Erdogan . Dopo più di una settimana sembra che il governo Gentiloni si sia reso conto, al di là della solita irrilevanza del ministro degli Esteri Alfano, che la partita è grossa e ne va del concetto di libertà di stampa, della libertà e dei diritti civili in un Paese membro della Nato e da decenni sulla porta dell'Europa, pronto e voglioso di fare in gran passo ma mai in grado di mettersi nelle condizioni di compierlo. L'Esecutivo ora preme, con forza, arriva quasi a minacciare, si mobilitano - dopo lustri di illuminata assenza - gli intellettuali più o meno organici. E tale attivismo non può che incuriosire il giorno dopo la risicatissima vittoria di Erdogan al referendum che ha trasformato la Turchia in una repubblica iper-presidenziale, meglio in una sultanocratura: non è che l'Europa, tramite l'Italia, vuol usare il caso Del Grande per regolare i conti con una Turchia abbastanza inaffidabile nella lotta contro l'Isis, ora attratta dalla Russia, ora dall'America di Trump? Un dubbio che sembra avere anche Ankara pronta alla sfida tanto da vietare l'incontro del giornalista con una delegazione dell'ambasciata italiana.
Si profila in tal modo un braccio di ferro che non fa prevedere nulla di buono. Il caso Regeni è un fantasma diplomatico con cui fare i conti e che spinge l'Italia in un angolo buio per la capacità di difendere i suoi cittadini e, insieme, le libertà fondamentali garantite dalla nostra Costituzione.
“Sono molto preoccupato e sto cercando di capire se può essere utile un mio intervento per raccogliere il network che mi segue per far si che il ministro degli Esteri Angelino Alfano intervenga. La Farnesina è in ritardo in modo colpevole. Bisogna dare un messaggio, anche simbolico. Sicuramente, spero che dietro le quinte, in silenzio, stiano negoziando ma c’è bisogno di un messaggio politico”. (Roberto Saviano)Vedremo come la vicenda si svilupperà anche se i timori di Saviano possono essere condivisi facilmente sulla scorta del passato: di Regeni, ma anche dei marò, di Cesare Battisti, tutti casi dove la politica estera italiana non ha certo brillato. Per non parlare di altre vicende, minori, tenute segrete e meno edificanti.
mercoledì 19 aprile 2017
Uomini forti, popoli deboli
Uomini forti crescono. I popoli deboli pure. E le democrazie finiscono in un angolo con poteri sempre più centralizzati e controllati, condizioni che vedono il potere diffuso, di base come i veri nemici. Da reprimere in vari modi per essere in grado di perpetuare la prevaricazione sulle forme di organizzazione autonoma delle periferie.
Recep Tayyp Erdogan in Turchia con un referendum farsa o comunque gravemente influenzato da brogli si è assicurato un potere pressoché assoluto fino al 2029, Orban in Ungheria oltre ad avere sigillato i confini con un muro di acciaio e polizia armata, riduce gli organismi in grado di fare da contraltare al suo potere, arriva a chiudere le università. Putin è il leader da anni di questa scuola di questa democrazia assolutista e adesso anche negli Stati Uniti Grump tradisce la sua voglia di "mani libere" con il controllo della Corte Suprema, di attacco alla stampa. Di coltivazione ossessiva delle fake news.
Così oggi non stupiscono le congratulazioni di Trump a Erdogan. Come non stupiscono le scorrettezze - per non chiamarli brogli - nel referendum di Ankara. Oltre all'Ocse e ai toni duri della Ue, quasi tutti i commentatori parlano di "morte della democrazia". Dal lato interno è vero, ma sul versante esterno il discorso è ben diverso. E il referendum di Erdogan potrebbe alla fine rivelarsi una trappola, o meglio un boomerang,
Ma chi ha vinto e chi ha perso?
Sul piano formale Erdogan adesso tiene in pugno il suo Paese a forza di decine di migliaia di arresti di giornalisti, magistrati, insegnanti e militari, insomma l'asse cultural-laico-kemalista della Turchia moderna. Ma nella sua ansia di un potere assoluto, in linea con l'aspirazione a una "democratura", l'uomo che si è preso, probabilmente con i brogli sui 2 milioni e mezzo di voti, poco più della metà del Paese, ora è in netta rottura con l'altra fetta. E il voto delle campagne, in uno Stato che vuol essere moderno e aspira al ruolo di potenza regionale, non ha lo stesso peso di quello delle città. Un po' sul piano interno, ma soprattutto molto, tantissimo sul piano esterno. Qui Erdogan è debole: nel dopo colpo di Stato tentato e fallito - ammesso che alla fine non si riveli una mossa astutamente messa in atto dal "sultano" - si è giocato buona parte dei consensi occidentali, il suo pugno di ferro e la minaccia sempre brandita del ripristino alla pena di morte, hanno allontanato la Turchia da un già difficile approdo all'Europa. I complimenti di Trump forse lo rassicurano sulla permanenza nella Nato, ma è arduo pensare a un suo ruolo attivo in Siria, sia contro Assad - per compiacere gli Usa mettendolo però contro la Russia e risollevando i sospetti sui legami oscuri con l'Isis o i gruppi radicali islamici come Al Nusra - sia pro Assad - in questo caso finirebbe per scontentare Trump e i sauditi - senza contare che la sua lotta ai curdi è malvista da tutte le parti per il ruolo fondamentale che i peshmerga dell'Ypg hanno nella lotta all'Isis e nella riconquista delle sue roccaforti in Siria come in Iraq. L'incertezza in politica estera si abbina anche al governo che da "sultano" moderno Erdogan vuole esercitare: potenza musulmana ma nella Nato, legata a Israele come alla Russia e all'America, la Turchia non può permettersi di eliminare o discriminare ed escludere dal potere gli strati più attivi e moderni, quelli che possono attirare capitali e intelligenze, aprire ponti e relazioni anche in un'era post-globalizzazione come quella che si prospetta ora. Ecco il rebus al quale Erdogan deve rispondere. La sua "vittoria", in questo, non lo aiuta.
Recep Tayyp Erdogan in Turchia con un referendum farsa o comunque gravemente influenzato da brogli si è assicurato un potere pressoché assoluto fino al 2029, Orban in Ungheria oltre ad avere sigillato i confini con un muro di acciaio e polizia armata, riduce gli organismi in grado di fare da contraltare al suo potere, arriva a chiudere le università. Putin è il leader da anni di questa scuola di questa democrazia assolutista e adesso anche negli Stati Uniti Grump tradisce la sua voglia di "mani libere" con il controllo della Corte Suprema, di attacco alla stampa. Di coltivazione ossessiva delle fake news.
Così oggi non stupiscono le congratulazioni di Trump a Erdogan. Come non stupiscono le scorrettezze - per non chiamarli brogli - nel referendum di Ankara. Oltre all'Ocse e ai toni duri della Ue, quasi tutti i commentatori parlano di "morte della democrazia". Dal lato interno è vero, ma sul versante esterno il discorso è ben diverso. E il referendum di Erdogan potrebbe alla fine rivelarsi una trappola, o meglio un boomerang,
Ma chi ha vinto e chi ha perso?
Sul piano formale Erdogan adesso tiene in pugno il suo Paese a forza di decine di migliaia di arresti di giornalisti, magistrati, insegnanti e militari, insomma l'asse cultural-laico-kemalista della Turchia moderna. Ma nella sua ansia di un potere assoluto, in linea con l'aspirazione a una "democratura", l'uomo che si è preso, probabilmente con i brogli sui 2 milioni e mezzo di voti, poco più della metà del Paese, ora è in netta rottura con l'altra fetta. E il voto delle campagne, in uno Stato che vuol essere moderno e aspira al ruolo di potenza regionale, non ha lo stesso peso di quello delle città. Un po' sul piano interno, ma soprattutto molto, tantissimo sul piano esterno. Qui Erdogan è debole: nel dopo colpo di Stato tentato e fallito - ammesso che alla fine non si riveli una mossa astutamente messa in atto dal "sultano" - si è giocato buona parte dei consensi occidentali, il suo pugno di ferro e la minaccia sempre brandita del ripristino alla pena di morte, hanno allontanato la Turchia da un già difficile approdo all'Europa. I complimenti di Trump forse lo rassicurano sulla permanenza nella Nato, ma è arduo pensare a un suo ruolo attivo in Siria, sia contro Assad - per compiacere gli Usa mettendolo però contro la Russia e risollevando i sospetti sui legami oscuri con l'Isis o i gruppi radicali islamici come Al Nusra - sia pro Assad - in questo caso finirebbe per scontentare Trump e i sauditi - senza contare che la sua lotta ai curdi è malvista da tutte le parti per il ruolo fondamentale che i peshmerga dell'Ypg hanno nella lotta all'Isis e nella riconquista delle sue roccaforti in Siria come in Iraq. L'incertezza in politica estera si abbina anche al governo che da "sultano" moderno Erdogan vuole esercitare: potenza musulmana ma nella Nato, legata a Israele come alla Russia e all'America, la Turchia non può permettersi di eliminare o discriminare ed escludere dal potere gli strati più attivi e moderni, quelli che possono attirare capitali e intelligenze, aprire ponti e relazioni anche in un'era post-globalizzazione come quella che si prospetta ora. Ecco il rebus al quale Erdogan deve rispondere. La sua "vittoria", in questo, non lo aiuta.
Tum Post Global News 19 aprile 2017
The Umberto Montin ®Post
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin Post
Francia indomita
La sinistra radicale avanza in Francia e i mercati hanno paura. Jean Luc Melenchon, il terzomondista, trotzkista, no euro e no Ue, euroscettico e favorevole alla nazionalizzazioni, ormai in più di un sondaggio ha superato il post gollista, repubblicano, ultraliberale Francois Fillon e addirittura insidia l'ex socialista, libdem Emmanuel Macron che, al pari di Marine Le Pen, vede il suo vantaggio ridursi e oscillare attorno al 22-24%. (qui gli ultimi sondaggi).
Melenchon con il suo messaggio conquista e i giovani con accenti molti simili a quelli di Bernie Sanders negli Usa, ha forme e metodi di comunicazione innovativi e modernissimi (è colui che usa meglio i social) come gli ologrammi, dai dibattiti è uscito benissimo - molto meglio dei favoriti Le Pen e Macron - è capace di riassorbire in parte la rabbia che da sinistra (Benoit Hamon, sinistra del Psf è praticamente abbandonato dal suo partito e si aggira attorno all'8-9% con una parte della vecchia base che stava andando verso l'estrema destra. Ma ciò che preoccupa ancora di più i mercati è che Marine Le Pen, vista come il pericolo principale, si sta avvitando nelle sue gaffe e nelle sue contraddizioni di casta (e fra il primo e secondo turno potrebbe perdere l'immunità per l'uso dei fondi europei da eurodeputato) e Macron sembra aver perso la forza propulsiva non riuscendo più a produrre proposte nuove idee, non riesce a scindere i suoi passati legami da banchiere d'affari (vedere qui le proposte dei candidati). In più Macron è difficilmente misurabile a causa della "inconsistenza storica" della sua base elettorale troppo nuova per essere facilmente misurabile e stabile.
Meno di due mesi dopo il respiro di sollievo tirato dalla destra populista e razzista messa all'angolo in Olanda, seppur in un quadro complesso di frammentarietà, adesso la Francia - che in un primo momento sembrava avviata sul tranquilli binario liberal-socialista ed europeista Macron - potrebbe riservare una sorpresa ancora maggiore di quella attesa: e se al ballottaggio finissero i due estremi Le Pen-Melenchon? (leggere qui e anche qui). Una ipotesi che i numeri per ora smentiscono ma non così lontana come ci si poteva attendere anche solo un mese fa e vista con spavento dal mondo economico che vede con preoccupazione ogni alternativa allo status quo liberista di questi anni (vedere qui ).
A questo punto la partita vera e il suo esito ce l'hanno in mano gli astenuti, un annunciato 40 per cento che potrebbe ridursi grazie alla capacità di recupero a sinistra in particolare di Melenchon che con la sua performance dimostra che la sinistra - quella vera, la cosiddetta radicale e non quella blairiana e ultramoderata, centrista alla Renzi - in Francia è ancora ben viva (vedere qui il caso di uno dei candidati minori, ma autentici personaggi come l'operaio anticapitalista Philippe Poutou), capace di alta possibilità di mobilitazione (i comizi e gli appuntamenti di Melenchon sono fra i più partecipati) e può giocarsela alla pari con la destra
Melenchon con il suo messaggio conquista e i giovani con accenti molti simili a quelli di Bernie Sanders negli Usa, ha forme e metodi di comunicazione innovativi e modernissimi (è colui che usa meglio i social) come gli ologrammi, dai dibattiti è uscito benissimo - molto meglio dei favoriti Le Pen e Macron - è capace di riassorbire in parte la rabbia che da sinistra (Benoit Hamon, sinistra del Psf è praticamente abbandonato dal suo partito e si aggira attorno all'8-9% con una parte della vecchia base che stava andando verso l'estrema destra. Ma ciò che preoccupa ancora di più i mercati è che Marine Le Pen, vista come il pericolo principale, si sta avvitando nelle sue gaffe e nelle sue contraddizioni di casta (e fra il primo e secondo turno potrebbe perdere l'immunità per l'uso dei fondi europei da eurodeputato) e Macron sembra aver perso la forza propulsiva non riuscendo più a produrre proposte nuove idee, non riesce a scindere i suoi passati legami da banchiere d'affari (vedere qui le proposte dei candidati). In più Macron è difficilmente misurabile a causa della "inconsistenza storica" della sua base elettorale troppo nuova per essere facilmente misurabile e stabile.
Meno di due mesi dopo il respiro di sollievo tirato dalla destra populista e razzista messa all'angolo in Olanda, seppur in un quadro complesso di frammentarietà, adesso la Francia - che in un primo momento sembrava avviata sul tranquilli binario liberal-socialista ed europeista Macron - potrebbe riservare una sorpresa ancora maggiore di quella attesa: e se al ballottaggio finissero i due estremi Le Pen-Melenchon? (leggere qui e anche qui). Una ipotesi che i numeri per ora smentiscono ma non così lontana come ci si poteva attendere anche solo un mese fa e vista con spavento dal mondo economico che vede con preoccupazione ogni alternativa allo status quo liberista di questi anni (vedere qui ).
A questo punto la partita vera e il suo esito ce l'hanno in mano gli astenuti, un annunciato 40 per cento che potrebbe ridursi grazie alla capacità di recupero a sinistra in particolare di Melenchon che con la sua performance dimostra che la sinistra - quella vera, la cosiddetta radicale e non quella blairiana e ultramoderata, centrista alla Renzi - in Francia è ancora ben viva (vedere qui il caso di uno dei candidati minori, ma autentici personaggi come l'operaio anticapitalista Philippe Poutou), capace di alta possibilità di mobilitazione (i comizi e gli appuntamenti di Melenchon sono fra i più partecipati) e può giocarsela alla pari con la destra
martedì 18 aprile 2017
Porta in faccia agli americani
Tum Post Global News 18 aprile 2017
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin Post
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lunedì 17 aprile 2017
I calcoli (sbagliati) di Trump
Il presidente Trump scalda i motori dei jet e sembra in questo modo voler far dimenticare i suoi flop, i fallimenti sui migranti e l'Obamacare oltre alle ombre sul ruolo russo nella sua campagna elettorale. Ma se il mondo è distratto dai venti di guerra e dai generali, l'America dei cittadini guarda a temi concreti come il lavoro e quindi al guadagno. E qui si entra dritti nella riforma fiscale che Trump vorrebbe introdurre per liberare dal peso delle tasse soprattutto chi guadagna tanto scimiottando la vecchia politica di Reagan. Per liberare risorse tali da consentirgli questa operazione la via privilegiata, diretta a voler creare più posti di lavoro, Trump chiede al Congresso di aiutarlo a intervenire su importazioni ed export.
Ma i risultati potrebbero non essere quelli voluti. Leggete questo studio
Intanto, in vista di un riassetto fiscale, sempre più repubblicani vorrebbero sapere quante tasse ha pagato lo stesso Trump, ma lui rifiuta di rendere nota la sua dichiarazione dei redditi. E intanto minaccia/promette di far passare la sua riforma.
Ma i risultati potrebbero non essere quelli voluti. Leggete questo studio
Intanto, in vista di un riassetto fiscale, sempre più repubblicani vorrebbero sapere quante tasse ha pagato lo stesso Trump, ma lui rifiuta di rendere nota la sua dichiarazione dei redditi. E intanto minaccia/promette di far passare la sua riforma.
Tum Post Global News 17 aprile 2017
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin Post
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domenica 16 aprile 2017
Il sabato del villaggio (globale) - 15 aprile 2017
Il declino della democrazia turca
Il prossimo leader supremo dell'Iran
Anche Uber ricorre ai vecchi sistemi per battere la concorrenza
Un mondo senza pensioni
Chi torna a produrre in Italia e perché
Come gestire le minacce alla sicurezza dei pc
I tesori dei Millennial
Tum Post Global News 16 aprile 2017
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin Post
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venerdì 14 aprile 2017
Lo spaccone
La partita si fa dunque più complicata e comincia a trapelare la sensazione che sia il blitz in Siria che la "campagna" nordcoreana sia servite soprattutto a distrarre l'opinione pubblica dalle scelte controverse o dai flop della presidenza.
Leggere qui
E anche qui
In questo quadro s'inserisce anche l'ultima impresa: la superbomba Gbu-43, 10 tonnellate, mai provata prima su un teatro di guerra, è stata sganciata il 13 aprile 2017 nella provincia est dell'Afghanistan Nangarhar per distruggere una serie di gallerie e bunker sotterranei dell' Isis. Anche in questa occasione l'attacco ordinato da Trump è un messaggio a doppio uso: interno ed esterno. Il primo è come gli altri, togliere l'attenzione attorno alle vicende dei rapporti in periodo elettorale con la Russia, il secondo invece vuole essere ancora un avvertimento alla Russia, alla Cina e alla Corea del Nord e un'indicazione soprattutto alla prima, di come gli Usa vogliono muoversi contro l'estremismo islamico.
Vedere qui
Ma anche in questo caso la mossa di Trump tradisce la sua ridotta possibilità di scelta sul che fare in Afghanistan dove l'America è ormai da tempo in stallo. Doveva abbandonare l'Afghanistan completamente nel 2017 e ciò non accadrà: i mille soldati di Obama sono 8 mila 500 e Trump potrebbe dar vita a un rafforzamento con la scusa della lotta all'Isis. La verità è che le forze regolari afghane da sole non ce la potrebbero fare, anche se il governo centrale oggi controlla il 70% del territorio
ma i talebani sono in ripresa e in allargamento. Così l'America potrebbe restare sul terreno per molti altri anni, decenni.Contraddicendo anche in questo caso le sue dichiarazioni con quanto affermato/promesso in campagna elettorale, il presidente Trump ha fiducia illimitata nei militari a cui ha dato carta bianca. Ma non saranno i militari a dargli la soluzione politica ai vari fronti aperti, uno più pericoloso dell'altro
Tum Post Global News 14 aprile 2017
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin Post
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giovedì 13 aprile 2017
Tum Post Global News 13 aprile 2017
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin PostThe Umberto Montin ®Post
mercoledì 12 aprile 2017
Tum Post Global News 12 aprile 2017
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin PostThe Umberto Montin ®Post
martedì 11 aprile 2017
L'erba dell'alleato non è più verde
Erbicidi, piante resistenti ai disinfestanti, piante geneticamente modificate, la partita si gioca sul piano dei milioni, anche miliardi di dollari .
Tum Post Global News 11 aprile 2017
Aggiornarsi sul mondo, sull'Italia e sui territori, cogliere le idee, le innovazioni, le genti, i popoli felici e quelli no, i conflitti, le economie, interpretare le ricerche e gli studi, leggere le opinioni più accreditate. Questo ed altro sulle news de The Umberto Montin PostThe Umberto Montin ®Post
domenica 9 aprile 2017
Pasticcio all'americana
Ma non sempre le spese militari vanno a buon fine e sono oculate. Ne è un esempio, o meglio uno scandalo, il famoso supercacciabombardiere d'attacco F-35 che anche l'Italia si è impegnata ad acquistare oltre a far parte del team di Paesi che ne producono alcune parti.
A spiegare la vicenda - senza dimenticare che lo stesso Trump in campagna elettorale aveva attaccato il progetto, salvo cambiare drasticamente idea 10 giorni dopo essere diventato presidente quando aveva parlato di un grande aereo - non sono le voci pacifiste, il sito economico Bloomberg secondo il quale oltre al prezzo astronomico (ridotto dopo le critiche di Trump), non mancano le perplessità perché sarebbe facilmente hackerabile e non offrirebbe la necessaria copertura alle truppe. Dubbi che sono venuti da molti Paesi e soprattutto da Israele, quindi particolarmente "pesanti", ma anche da Londra de perfino da Roma. Dubbi e critiche che non sono mancati certo negli Usa.
ma anche
Ma il business is business (e in questo caso molto forte su scala mondiale) e così con molti aggiornamenti, correzioni, ritocchi, qualche incidente e stop sulle piste, alla fine il progetto è andato a avanti e la consegna sta avvenendo, proseguendo con versioni sempre rivedute e aggiornate e loro volta nei prossimi anni.
sabato 8 aprile 2017
Il sabato del villaggio (globale) - 8 aprile 2017
Buona lettura
Le 13 domande sull'attacco alla Siria
Lo strike consegna definitivamente la Siria ad Assad
La saga Trump-Russia personaggio per personaggio
La Casa Bianca adesso attira i più originali apprendisti
La sterlina paga il conto della Brexit
Nuit Debout un anno dopo
I Paesi ricchi esportano inquinamento e morte e importano merci "sane"
Ecco come in cinque anni un algoritmo sostituirà il vostro lavoro
Ed ecco i lavori più a rischio
La polizia americana userà i droni per la sorveglianza. Poi li armerà?
Bimbi inglesi, canadesi e italiani, che piagnoni!
La città cresce e sta meglio, in provincia cresce solo la rabbia
venerdì 7 aprile 2017
Atto di guerra - Syrian Gambling
Piani consegnati, i generali ordinano e Trump esegue, non il contrario. Nella notte, 8,40 ora dì Washington, 59 Tomahawk sono stati lanciati dalle portaerei americane nel Mediterraneo su basi siriane come risposta all'attacco con gas nervino su Idblid martedì scorso.
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