domenica 27 gennaio 2019

Trump, faccia al muro


Ha puntato tutto sul muro. E ha perso. Dopo 35 giorni Donald Trump ha dovuto cedere e sospendere lo shutdown per tre settimane. In cambio non ha ottenuto dalla Camera un solo dollaro per costruire - anzi rafforzare l'esistente e ampliare - la barriera al confine con il Messico.
Quello che lo stesso presidente Usa considerava un'emergenza nazionale e che in quale tale poteva essere usata - a suo dire - per forzare la mano e ottenere quei 5 mld necessari.
Ma alla fine, nonostante la minaccia precedente  e la spacconata secondo cui lo shutdown (costato  1,6 mld alla sola regione di Washington e che ha coinvolto 800 mila lavoratori con ricadute ancora da calcolare sul Pil nazionale) poteva durare mesi e anche anni, ha dovuto abbassare il capo e arrendersi alla nuova speaker della Camera, la coriacea, sperimentata e determinata Nancy Pelosi che ha vinto le resistenze alla linea dura anche nel suo partito e convinto l'ala sinistra che non l'aveva sostenuta con forza al momento dell'indicazione come nuova speaker. A "convincerlo" il crollo nel sondaggi, come si vede nel grafico di FiveThirtyEight  qui sotto:


Come si vede è uno dei punti più bassi per la presidenza dal momento dell'elezione (Il massimo oltre un ano fa a dicembre 2017 con il 57,5 di contrari) e ciò comincia a preoccupare i Rep visto che si tratta della prima sonora sconfitta dopo la pesante debacle alle elezioni di Midterm che hanno consegnato la Camera a un'ampia maggioranza Dem. Maggioranza che ora Nancy Pelosi è determinata a usare con cinismo per ostacolare il più possibile l'azione di Trump, mettendo il naso in ogni sua azione, facendo balenare la possibilità di impeachment a ogni più sospinto e soprattutto appoggiando alla grande l'indagine del superprocuratore Robert S. Mueller III sul Russiagate.
Come non bastasse il giorno dopo la capitolazione sul muro, l'Fbi con una spettacolare azione (ndr: cosa direbbero in Paesi come l'Italia se si agisse allo stesso modo con un colletto bianco, un amico fraterno nonché fedelissimo collaboratore del presidente incarica?) ha arrestato e incriminato Roger Stone, amico di vecchia data di Trump e fra i suoi principali collaboratori durante la campagna presidenziale. Mueller accusa Stone di  aver messo il naso nella mail sottratte al Partito Democratico da parte, probabilmente, di agenti russi e aver agito per saperne i contenuti e conoscere i modi di diffusione. In questo contesto acquistano particolare valore i contatti con Ernest Assange, il guru di Wikileaks che ha messo on line le stesse mail, e quindi i rapporti di quest'ultimo con l'intelligence di Mosca e con le reti dei troll russi.
Il New York Times ha ricostruito qui gli oltre 100 contatti che i membri dello staff di Trump avrebbero avuto con i russi prima dell'insediamento: difficili quindi che lo stesso presidente non fosse a conoscenza di alcunché.


Sempre secondo il NyTimes dietro lo show dell'arresto all'alba, vi è la strategia dell'Fbi di mettere mano ai Pc, tablet e memorie digitali in possesso di Stone, visto il suo ruolo con la Casa Bianca da un lato, Wikileaks e i russi dall'altro e per evitare che gli stessi supporti tecnologici potessero essere modificati o distrutti. Per questo serviva la mobilitazione di agenti armati, cercando al tempo stesso di convincere Stone a collaborare. Eventualità che l'incriminato, tornato libero su cauzione, ha esplicitamente escluso.

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