martedì 29 gennaio 2019

In Afghanistan il Grande Gioco si fa piccolo piccolo


Come al solito l'Italia si conferma un Paese più realista del re. Soprattutto, come tutto accade in questo momento nel Belpaese, se vi sono all'orizzonte elezioni, europee o nazionali poco importa. Così mentre negli Usa tra mille cautele si ammette che gli States potrebbero chiudere, 17 anni dopo, la sanguinosa guerra in Afghanistan, l'Italia
con il ministro di area grillina Elisabetta Trenta ha dato l'incarico ai vertici militari - nella fattispecie al Coi, il Comando operativo interforze - di studiare un piano per il ritiro delle truppe nel giro di 12 mesi. Di fatto, così facendo, bypassando alla grande non solo il ministro degli Esteri Moavero che non sapeva nulla, ma anche la stessa Nato e forse perfino al casa Bianca e il Pentagono. Ma l'importanza, comne al solito, è vincere nella corsa a chi si mostra più bravo con gli americani. Come si è sempre fatto.


Ma tornando alla vicenda madre, dopo sei giorni di colloqui a Doha, l'inviato Usa per l'Afghanistan,  Zalmay Khalilzad ha confermato un'indiscrezione di sabato scorso su fatto che si potrebbe essere a un passo da un accordo con i talebani. La base sarebbe affidata soprattutto alla buona volontà degli ex "studenti coranici" che da 17 anni tengono in scacco non solo gli Stati Uniti ma tutte le truppe della coalizione occidentale che attaccò il Paese all'indomani dell'11 settembre: in pratica i talebani assicurerebbero che nei loro territori non saranno permesse basi dell'Isis o di Al Qaeda e gli stessi talebani siglerebbero un cessate il fuoco nei confronti del governo di Kabul.I
n cambio gli americani, come promesso da Trump che questa guerra, lanciata in piena emergenza e secondo la logica dell'approccio da "sceriffi del mondo multilaterale", ritireranno i loro 14 mila soldati che hanno sul terreno.
Cartina tratta dal New York Times

Resta il dato di fondo che balza subito agli occhi: gli americani se ne andrebbero - e con loro gli alleati - dall'Afghanistan senza aver vinto. E' vero che Al Qaeda è stata sradicata  - ma ora sarebbe riapparsa in alcuni punti - e non ha campi d'addestramento, almeno ufficialmente. Ma l'Isis controlla una zona nell'est del Paese da dove nessuno, tantomeno gli stessi talebani, divisi dal Califfato da una profonda disputa religiosa, sono riusciti a cacciarlo via. Ma il disegno di cambiare il volto al Paese e di sconfiggere i talebani - che fino a non molto tempo fa erano sempre stati abbinati e identificati con gli stessi terroristi - è morto e sepolto, l'America sulla sua volontà di esportare la democrazia e promuovere modelli di sviluppo moderni e emancipati, ebbene questo disegno è stato ampiamente sconfitto. E il fatto che per trovare una via d'uscita si sia stati costretti a un accordo con i nemici della prima ora, rappresenta - al di là del realismo diplomatico - una sconfitta cocente, ancora più di quella in Iraq.
A pesare, nell'opinione pubblica -peraltro distratta da  bel antri problemi e profondamente cambiata rispetto al 2001 - vi è il pesantissimo bilancio che l'America deve ingoiare, pari almeno alla medesima sconfitta patita dai sovietici fra il 15 maggio 1988 e il 15 febbraio 1989 (significativa anche la quasi perfetta coincidenza di date): la guerra americana in Afghanistan è costata 2 mila 419 morti più altri 1.142 degli alleati, 62 mila vittime nell'esercito e polizia afghana, oltre 24 mila morti civili e il doppi di tutte queste cifre tra feriti e uomini rimasti invalidi per sempre. 
Poi i costi finanziari: quasi mille mld di dollari per l'impegno militare e il doppio di quanto speso con il piano Marshall dal punto di vista della ricostruzione. E senza contare i costi sopportati dagli alleati
Ma i dubbi non si fermano qui: come riporta il Washington Post l'intesa che dovrebbe essere siglata sarà raggiunta alla condizioni poste dai talebani. Per di più senza alcuna garanzia concreta che gli studenti coranici rispettino tutti gli impegni presi, a cominciare dall'evitare che l'Isis si possa allargare ad ampie fette del Paese, ricostruendo qui Daesh, sconfitto e quasi del tutto scacciato dalla Siria e dall'Iraq. 
Le altre perplessità riguardano la solidità del governo ufficiale di Kabul, troppo debole senza gli occidentali e con un esercito e una polizia che hanno pagato a caro prezzo la loro vicinanza con americani e Nato e la cui preparazione bellica sul terreno non ha dato i risultati attesi dagli istruttori  della coalizione internazionale. Un motivo in più per pensare che, una volta partite le truppe straniere, i talebani non avrebbero molte difficoltà a conquistare ampie fette di terreno e puntare poi al governo centrale. Così come non mancano le preoccupazioni in particolare delle donne il cui ruolo è riconosciuto nella nuova Costituzione, i cui contenuti sono però in netto contrasto con l'ideologica radicale dei talebani che vedono nella sharia il motore dell'azione di governo religioso nella società.
A Davos il presidente Ghazi ha detto  che "la pace è un imperativo. Una guerra che è andata avanti per 17 anni deve finire". Dipende come, però. 

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