Dove vuole arrivare Trump nella sua guerra con la stampa? A intimorirla, condizionarla. Ma non solo: il presidente agisce così perché è così. (Leggere qui ). Lui non intende andare contro quanto ha promesso o perlomeno usare un linguaggio diverso adatto alla complessità internazionale che dovrebbe imparare a gestire.
Ma tant'è: caccia Cnn e altre testate dal briefing della casa Bianca, al Cpac repubblicano accusa la stampa di pubblicare notizie fasulle e di usare le fonti riservate, non va alla cena dei corrispondenti. Trump è ossessionato dai giudizi su di lui, sulle possibile interferenze con il suo modo di agire. Come da noi Berlusconi è sempre stato abituato a farsi obbedire, anche di fronte agli ordini più singolari. Ma la politica di gestione mondiale è diversa cosa. E la stampa non acquiescente prima o poi si rivelerà necessaria per sostenere (secondo la sua visione padronale) una presidenza traballante negli umori di un popolo. Ma sarà troppo tardi. Si spera non per la libertà di stampa.
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Ma su questo versante i problemi non sono finiti. Se Trump sostiene che che lui non è stato eletto per i giornali e per i giornalisti, un colpo basso - e non di poco conto - gli arriva nientedimeno dall'interno del suo partito. E non da un "liberal", quanto piuttosto dall'uomo delle guerre in Afghanistan e in Iraq, il più inviso ai Dem americani e del mondo: George W. Bush.
"Considero i media indispensabili per la democrazia" ha detto aggiungendo che c'è bisogno dei media per i potenti e per costringere a rendere conto chi abusa del potere, anche se la forza dei media può essere molto coinvolgente e corrosiva. (Leggete qui)
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