C'era una volta l'America. Quella del Nuovo Mondo, della guerra d'indipendenza, del progresso economico e tecnologico e anche sociale, l'America sbarcata in Europa per aiutarla e dare il colpo finale al nazismo - in sostanza a salvarla -, venuta fin qui anche a fare affari, a gettare le basi del secolo americano e dell'impero americano, della Guerra fredda, della grande rivoluzione culturale del '68, dei figli dei fiori e della vita on the road, della lotta al razzismo, delle marce di Martin Luther King, del mito e della tragedia dei Kennedy, del Vietnam
giovedì 7 novembre 2024
mercoledì 6 novembre 2024
Prima dei voti veri... i sondaggi dell'ultimo minuto
Queste sono le ultime tendenze, i polls sviscerati e articolati attorno a una manciata di voti negli Stati chiave, e non solo. Lo studio arriva dal New York Times.
martedì 5 novembre 2024
American horror show
Ci siamo: sarà il grande e disastroso ritorno del tycoon amico dei dittatori e dei più illiberali del pianeta, senza remore e limiti morali come in economia e nella concezione del governo oppure sarà la prima volta dell'America con una donna sullo scranno più alto, anche se la suddetta donna non ha brillato come vicepresidente, è salita alla ribalta sull'onda della preoccupazione per un candidato azzoppato dall'età e dalla mancata comprensione del tempo del mondo e ancora oggi deve insistere su diritti, più equità per il sesso femminile e tanti equilibrismo, a cominciare dalla politica estera?
venerdì 28 giugno 2024
L'America non è un mondo per vecchi (e dittatori populisti)
I dubbi c'erano e da tempo. Pesanti, pesantissimi e diffusi, più di quanto si possa pensare da questa parte dell'oceano. Ma che Joe Biden non sia il meglio per altri quattro anni alla guida di una Paese con egli Stati Uniti lo vanno dicendo da tempo in moltissimi fra analisti, politici e commentatori e soprattutto fra i Dem. Non parliamo dei Rep perché è scontato, soprattutto fra i trumpiani.
sabato 6 aprile 2024
Il Sabato Del Villaggio Globale - 6 aprile 2024
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Parte il secondo trimestre dell’economia mondiale e le incognite che già gravavano sui mesi precedenti non sono svanite. Tutt’altro. Non sono peggiorate, se vogliamo essere ottimisti, ma i fattori d’incertezza del quadro mondiale e anche di quello più locale, Europe e Italia per intenderci, non offrono molto spunti di positività. Non immediata, almeno.
Il mondo visto da Cernobbio
Puntuale per dare il là alla primavera finanziaria/economica arriva il 35° Workshop Teha Ambrosetti sul lago di Como. Se nel mondo globalizzato e in transito verso comunicazioni diverse e in prospettiva costruite, il faccia a faccia, il convegno classico e il dibattito hanno un po’ perso la loro centralità rispetto al passato anche recente. Forse il Workshop di Cernobbio e il Forum di settembre risentono un po’ di questa transizione, ma per ora tengono. E il valore del dibattito e del contributo non si discutono.
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Come va, dunque da Cernobbio? L’aria che spira sul lago non è fredda, segnali di un dissiparsi delle nubi più scure degli ultimi anni ci sono. Ma forse non sono abbastanza, perché le incognite restano molte e pesanti. A cominciare dalle due guerre in corso e dal voto europeo di giugno e quella Usa di novembre. Anche per questo se il sentiment si annuncia leggermente positivo, la parola d’ordine è: prudenza, molta prudenza. Il panel del Teha Club Economic Indicator sull’andamento del business in base alle previsioni sposta la lancetta sul bel tempo.
“La rilevazione di marzo posiziona la fiducia sulle prospettive a sei mesi a +39,0 in leggera crescita rispetto al 36,2 di dicembre. Si tratta del trimestre migliore dal marzo 2022”
Per quanto riguarda l’Italia e l’Europa nel suo discorso introduttivo il Ceo di Teha Valerio De Molli ha registrato i punti a favore dell’Unione contro i detrattori e le specifiche su cui la Ue e l’Italia in particolare dovranno lavorare: dalla mancata integrazione del mercato unico in alcuni settori come energia, trasporti e settore finanziario, alla sovrabbondanza di regole, alla divergenza di percezione tra grandi imprese e pmi e la limitata produttività, fattore quest’ultime che affligge soprattutto l’Italia. Tuttavia per De Molli emergono almeno quattro fattori che possono portare a rafforzare la competitività europea a cominciare dall’innovazione e ricerca e sviluppo (in particolare nei software e servizi Ict, nella ricerca medico scientifica, nelle biotecnologie, nei semiconduttori, nell’aerospazio e difesa), alla creazione si aziende champions europee, alla crescita di talenti e delle competenze fino alla creazione di politiche paneuropee che catalizzino investimenti pubblici e privati, seguendo l’esempio del Next Generation Eu
Gli imprenditori, i finanzieri e gli esperti sul lago di Como comunque vedono posivitivo. Lo conferma il primo televoto della giornata che osserva una minore preoccupazione per le guerre, pochi dubbi sulle valute (con il rapporto euro/dollaro visto per le più invariato) e una resistenza sulle performance del 2023 delle aziende (QUI). Mentre sulla mappa dei rischi i timori si concentrano sui rincari del prezzi delle materie prime, sui tassi elevati e meno sull’esito delle elezioni e dei conflitti. Da sottolineare che il 40,9% teme un impatto negativo di un bis di Trump alla Casa Bianca e solo il 16,9 un effetto positivo (QUI).
Lontano da Cernobbio, restano numerosi dubbi, riassunti qui da Mariangela Pira (Sky Tg24):
Sostiene Mariangela
Dove va Putin?
Stefano Feltri nel suo blog Appunti si chiede, con profitto, fin dove vuole arrivare Putin e se la prospettiva di una guerra in Europa con la Nato è concreta oggi o potrà diventarla a breve. Leggete QUI
Il dibattito è tutt’altro che peregrino alla luce di quanto sta avvenendo e ciò che si prepara nei prossimi mesi. La Russia avanza, di poco ma avanza nelle regioni da dov’era stata respinta dagli ucraini. Lo fa in forza della sua superiorità aerea, della grande disponibilità di armi ed esplosivi (Mosca si è in questi due anni di conflitto, riconvertita a un’economia di guerra e ha il sostegno degli arsenali della Corea del Nord ), dei missili e droni che colpiscono in prevalenza civili e infrastrutture per le città e le industrie e del fattore uomo che per il Cremlino non ha valore in quanto vita umana ma molto in quanto combattente, sia esso detenuto, criminale, riservista, disperato o contadino delle regioni più estreme. Inoltre Putin si prepara a gettare in campo altri 150 ila uomini far i 18 e i 30 anni con il decreto di arruolamento firmato a Pasqua. Segno eloquente di voler dare la spallata decisiva a Kiev in difficoltà di uomini e mezzi. A differenza di qualche mese fa ora in Occidente non si nasconde più la paura di un tracollo delle difese ucraine con i russi capaci di occupare Odessa e da lì dettare le condizioni per lo stop. Lo sostiene la Nato (anche se ufficialmente nega), è fra le possibilità reali per il Pentagono, è l’incubo per le cancellerie europee impegnate nella campagne elettorale e senza troppe forze e mezzi da mobilitare. Per non parlare di come dovrebbero spiegarlo alle opinioni pubbliche di Berlino, Parigi o Roma. L’allarme è però reale e la Nato vuole correre ai ripari con il fondo da 100 miliardi anche per rispondere alla richiesta disperata di Kiev di avere i Patriot e difendersi dai micidiali missili russi.
… e dove va Netanyahu?
Se l’intento di Putin è abbastanza evidente - riconquistare per intero le regioni del sud e russofone, conquistare Odessa chiudendo la via del mare e riducendo in modo significativo l’estensione dell’Ucraina -, meno chiare, anzi per niente, sono gli obbiettivi di tel Aviv nell’operazione lancaita su gaza dopo il 7 ottobre. In carniere Netanyahu non ha molto, al di là della vendetta e del prezzo fatto pagare ai palestinesi (non solo ad Hamas, ma a tutti i palestinesi, particolare da non dimenticare): non si decide a lanciare l’offensiva di Rafah, gli ostaggi restano tali e nascosti, i costi per Israele sono alle stelle, i benefici del patto di Abramo ormai dissolti, l’ostilità dei Paesi arabi è tornata quella di un tempo, gran parte del mondo occidentale (e naturalmente quello orientale) è critico e va verso nuovi stop a intese con il governo di ultradestra di Netanyahu, i rapporto con l’America al minimo. E l’immagine compromessa chissà per quanto tempo, pur al netto del massacro senza precedente di ottobre. In apparenza il premier israeliano mira a tirare in là confidando forse nell’avvento di Trump alla casa Bianca, ma in effetti non ha un piano credibile e solido sul dopo Gaza, a meno non sia quello spinto dai fondamentalisti e dai coloni di riprendersi la Striscia e creare lì nuovi insediamenti.
Dopo la strage ultima degli operativo dell’Ong emergono anche dubbi sull’efficacia dell’Idf e sulla sua capacità di gestire una guerra simmetrica come quella contro Hamas se non ricorrendo a alla strategia di annientamento totale di persone e strutture senza badare se siano civili o miliziani.
Ora comincia qualche ammissione dopo la strage degli operatori umanitari e si registra una minima apertura sugli aiuti, dopo la burrascosa telefonata don Biden. ma è ancora poco e insufficiente.
I dubbi sul premier israeliano si diffondono anche tra la popolazione su cui, comunque, ricade il peso di questa guerra in un Paese la cui economia non brillava con questo governo e poggia molto, soprattutto sul piano militare, sul contributo Usa. L’uscita del ministro rivale Benny Gantz che chiede elezioni anticipate rientra in un quadro di incertezza e di smottamento del consenso attorno alla coalizione di destra estrema che Netanyahu cerca appunto di cementare con l’offensiva contro Hamas. Ma anche lui sa che non può durare a lungo e la mancanza di una strategia a medio e lungo termine aggrava la situazione. Anche sull’intera area dove, dopo il blitz contro il consolato iraniano a Damasco che ospitava i vertici dei pasdaran, il confronto con Teheran rischia ogni momento di trascendere anche se gli ayatollah sanno benissimo che un conflitto a distanza con Israele non converrebbe a nessuno, tantomeno a loro che non possono giocarsi il residuo appoggio che hanno dagli strati più conservatori della popolazione. Ma anche solo la minaccia di una ritorsione basta e avanza a far scattare di un’altra tacca il livello della tensione. Anche e soprattutto per questo la pressione Usa è aumentata e crescerà ancora. Con un’opinione pubblica Usa non più così filoisraeliana come un tempo.
“Tra gli americani in generale, le opinioni favorevoli su Israele sono diminuite dal 68% al 58% nell’ultimo anno. Il calo è ancora più marcato tra gli americani più giovani, dove la preferenza è scesa di ben 26 punti percentuali, passando dal 64% al 38%. La guerra di Gaza potrebbe porre le basi per un cambio generazionale nella politica estera statunitense. Gli elettori democratici ora mostrano più simpatia per i palestinesi che per gli israeliani”. (Daniel Byman, Foreign Affairs)
domenica 10 marzo 2024
La sorpresa di Biden e lo sprofondo di Gaza
Sull’orlo della demenza, campione di gaffe, incapace di distinguere una capo di Stato da un altro, problemi di deambulazione e chi più ha più ne metta. Sul presidente americano Joe Biden nei mesi scorsi sono piovute accuse, insinuazioni e invenzioni di ogni tipo, molto - forse troppe - apparentemente indipendenti, in realtà frutto di una strategia filo repubblicana per delegittimare il presidente in carica ed esaltare il suo avversario, Donald Trump. ma dietro vi potrebbe essere molto altro, di ben peggiore. Qualcosa che guarda a Est e non serve molta fantasia per capire.
domenica 18 febbraio 2024
Il Sabato Del Villaggio Globale - 17 febbraio 2024
E’ morto in un gulag moderno ma neppure troppo. Morto per esilio, condanna in condizioni estreme, isolato, ammazzato prima dentro e ora fuori. Distinguo della destra italiana a parte, ha ragione l’ex consigliera di Bush jr, Obama e Trump, Fiona Hill quando afferma che la morte di Aleksej Navalny, lo storico oppositore di Putin, conferma che quest’ultimo “ormai non teme nessuno e sta dicendo al mondo che Navalny l’ha fatto fuori lui” .
Il neozar, infatti, al contrario di alcune attese o analsi sbagliate, si dimostra più saldo e sicuro di un paio d’anni fa, al momento dell’invasione dell’Ucraina. Le sanzioni hanno prodotto effetti pesanti sulla economia russa, ma non così fatali, anche perché il regime riesce a nascondere gli effetti, limitarli e in parte aggira i provvedimenti occidentali con le triangolazioni attraverso gli “amici” Cina e India, ma anche con l’apporto di molti Paesi mediorientali e asiatici, nonché africani e sudamericani che gli forniscono la sponda giusta. QUI
Ma si mostra anche più sicuro perché, oltre che ai progressi sul campo ottenuti a un prezzo pesantissimo di sangue - anche qui con impatto inferiore al previsto sulla società russa avendo fatto ricorso alla carne da macello dei condannati, dei mercenari esteri, dei soldati delle regioni asiatiche più lontane e isolate - avverte la stanchezza dell’Occidente, sempre alle prese con la sua inflazione/recessione e con i venti di destra estrema che soffiano sulle democrazie liberali. Stanchezza e influenza occulta ottenute anche grazie alle infiltrazioni degli hacker e all’attività spinta con ogni mezzo, soprattutto quelli illegali, di lobbing. L’esempio più clamoroso sono l’impasse americano sulla fornitura di armi a Kiev, grazie al no dei repubblicani pro Trump (tutt’altro che distante dai sospetti e molto ammiratore della democratura russa), e le azioni da quinta colonna in partiti e forze di governo presenti in Occidente a vari livelli.
“Quello che Putin sta dicendo è: sono stato io. E dovrete farci i conti. Gli altri oppositori come Khodorkovskij o Kasparov non gli interessano perché non hanno mai avuto alcuna presa sui russi. Navalny sì. Quando fu avvelenato, stava facendo un’efficace campagna elettorale in Siberia con lo smart voting. Persino dalla prigione riusciva a comunicare, a parlare ai russi. Non c’era nessun altro oppositore plausibile. Ma è anche ovvio che Putin ha scientemente corso il rischio di trasformarlo in un martire. Perché ha visto come il mondo ha reagito all’assassinio di Prigozhin”. (Fiona Hill, La Repubblica)
👉 Navalny l’oppositore nazionalista e, per questo, ancora più pericoloso per Putin.
👉 La lotta alla corruzione putiniana
👉 Cosa accadrà ora, dopo Navalny
👉 Navalny’s Death and the Continuing Global Fight Against the Power of Corruption - The Globalist
Intanto a Gaza…
Si combatte e si muore, civili in gran parte. Con Israele che finge, nello spirito di vendetta che la anima e nella determinazione di Netanyahu di salvarsi ascoltando le sirene dell’ultradestra che mira alla distruzione fisica dei palestinesi e delle loro aspirazioni a un o Stato, di voler solo l’eliminazione di Hamas - come sia possibile non si sa, essendo Hamas un’idea, un progetto oltre che un’organizzazione combattente - e la liberazione degli ostaggi - anche questa una chimera perché, se non liberati in altro modo, prima o poi finiranno tutti sotto le gombe dei loro concittadini -. Così l’America di Biden non può molto, il resto del mondo non osa mettersi troppo di traverso agli israeliani sotto il ricatto di passare come apripista di un antisemitismo pure risorgente ma non così pericoloso nelle sue dimensioni. Resta il fatto, difficile da digerire a Tel Aviv come nelle cancellerie ma soprattutto nella Cisgiordania governata, si fa per dire, dalla corrotta Anp, che purtroppo il 7 aprile, con il suo massacro indicibile, ha finito per rilanciare l’eterna questione palestinese altrimenti dimenticata da anni. Da allora la causa è tornata ad animarsi in mezzo mondo, alimentandosi - un’altra volta purtroppo - della cieca reazione israeliana, perfino gli Usa sostengono la tesi dei due popoli per due Stati e i moderni satrapi arabi sono stati costretti ad accantonare gli accordi di Abramo e tornare, controvoglia, al fianco dei palestinesi. Un giorno, chissà quando, anche la destra moderata israeliana dovrà fare i conti con questo disastro mediatico e diplomatico. Intanto è corsa contro il tempo per fermare la catastrofe umanitaria di un attacco a Rafah.
sabato 10 febbraio 2024
Il Sabato Del Villaggio Globale - 10 febbraio 2024
Cosa si muove nel mondo, di cosa si discute nei piani alti del potere che conta e nei piani bassi (purtroppo) della gente comune, con la constatazione che spesso i due livelli di discorso e ragionamento non s'incontrano?
Si parla di guerre e si subiscono gli effetti delle stesse: negativi, ovviamente, in termini di umanità, di vittime, di abusi, di distruzioni, di disuguaglianze, di ferocia. Senza che nessuno sia in grado di andare oltre i propri interessi contingenti - spesso, come ad esempio e non solo di Netanyahu, elettorali, - come la prode Ursula von der Leyen che in nome di qualche voto in più per restare in sella manda a quel paese la salute di milioni di europei dando il via libera alle lobby dei pesticidi. Altro che visione del Green Deal!
sabato 3 febbraio 2024
Il Sabato Del Villaggio Globale - 3 febbraio 2024
👉 Un trattore vi travolgerà
giovedì 18 gennaio 2024
Nostalgia di Trump, nostalgia canaglia
Inutile girarci intorno o volerlo negare in base ai pregiudizi. O anche riferendosi al semplice buon senso o della storia del dopoguerra, fra il Novecento e gli anni Duemila. Tra l’altro, per quanto possa pesare - ma quanto a sentiment il peso ce l’ha - a Davos è argomento di discussione se non in modo chiaro, ma nei salotti, nei briefing e nei party l’argomento tiene banco. Insomma l’ipotesi non è tanto campata per aria:
martedì 16 gennaio 2024
Davos, l'illusione di contare ancora
Torna Davos, con la sua neve, la sua irrangiungibilità alle contestazioni vecchio stile - quelle di piazza, dei figli di Seattle e del G8 di Genova per capirci -, i suoi cecchini. E soprattutto con le sue élite filo-occidentali, dei Paesi più ricchi ed esclusivi che nei salotti riscaldati discutevano di scenari affascinanti, ovviamente capitalisti, ma aperti al futuro, alle sue innovazioni “buone”, all’evoluzione pulita e molto upper class.
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Al via Il World Economic Forum di Davos, senza gli Stati Uniti e con l'ombra sovranista che incombe in particolare sul Vecchio Cont...
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E se i lavoratori alla fine si accorgessero che l'AI non è poi così male? Domanda azzardata e anche provocatoria, all'occorrenza. ...












